Charles_Hodge-smCharles Hodge (1797-1878)

Teologia Sistematica
Volume II, Parte III, Capitolo II

IL PATTO DI GRAZIA

INDICE

1. Il Piano di Salvezza è un Patto  |  2. Differenti Concezioni della Natura di Questo Patto  |  3. Le Parti del Patto  |  4. Il Patto di Redenzione  |  5. Il Patto di Grazia  |  6. L’uguaglianza del Patto di Grazia sotto Tutte le Amministrazioni  |  7. Le Diverse Amministrazioni

1. Il Piano di Salvezza è un Patto

Il piano di salvezza è presentato sotto la forma di un patto. Questo è evidente:

Primo, dall’uso costante delle parole Berìt e Diathéke in riferimento ad esso. Riguardo alla prima di queste parole, anche se a volte viene usata per una legge, disposizione, o sistemazione in generale, dove gli elementi di un patto in senso stretto sono assenti, tuttavia non può esservi dubbio che secondo il suo uso prevalente nell’Antico Testamento essa significhi un mutuo contratto fra due o più parti. È usata molto spesso per contratti tra individui, e specialmente fra re e governanti. Abraamo e Abimelech fecero un patto (Ge. 21:27). Giosuè fece un patto con il popolo (Gs. 24:25). Gionata e Davide fecero un patto (I Sa. 28:3). Gionata fece un patto con la casa di Davide (I Sa. 20:16). Achab fece un patto con Be-Hadad (I Re 20:34). E così troviamo di continuo. Non c’è quindi spazio per dubitare che la parola berìt quando viene usata nelle transazioni tra uomo e uomo significa un mutuo contratto. Non abbiamo alcun diritto di dargli un altro significato quando viene usata per le transazioni tra Dio e l’uomo. Si fa ripetutamente menzione del patto di Dio con Abraamo, come in Ge. 25:18; 26:13, e successivamente con Isacco e Giacobbe. Poi con gli Israeliti al Monte Sinai. L’Antico Testamento è fondato sull’idea di una relazione d’alleanza fra Dio e il popolo teocratico.

Il significato della parola diathéke nelle Scritture in Greco è altrettanto certo e uniforme. È derivato dal verbo diatìthemi, sistemare, e quindi, nel Greco comune è usato per molte sistemazioni, o disposizioni. Nelle Scritture è quasi uniformemente usato nel senso di un patto. Nella Septuaginta è la traduzione di berìt in tutti i casi sopra menzionati. È il termine usato sempre nel Nuovo Testamento per designare il patto con Abrahamo, con gli Israeliti, e con i credenti. Il vecchio patto e il nuovo sono presentati in confronto. Entrambi erano patti. Se la parola ha questo significato quando è applicata alla transazione con Abrahamo e con gli Ebrei, essa deve avere lo stesso significato quando è applicata al piano di salvezza rivelato nel vangelo.

Secondo, che il piano di salvezza sia presentato nella Bibbia sotto forma di patto è provato non solo dal significato e dall’uso delle parole sopra menzionate, ma anche e più decisamente dal fatto che gli elementi di un patto sono inclusi in questo piano. Ci sono le parti, le mutue promesse o stipulazioni, e le condizioni. Dunque esso è a tutti gli effetti un patto, in qualunque modo venga chiamato. Poiché questo è il modo Scritturale di rappresentarlo, è di grande importanza che esso sia mantenuto nella teologia. La nostra sola sicurezza per mantenere le verità della Bibbia è di rimanere il più possibile aderenti alle Scritture nel nostro modo di presentare le dottrine in esse rivelate.

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2. Differenti Concezioni della Natura di questo Patto

Molti presumono che le parti del patto di grazia siano Dio e l’uomo caduto. L’uomo, cadendo nella sua apostasia, perdendo il favore di Dio, perdendo l’immagine divina e  compromettendosi con il peccato e la miseria, avrebbe dovuto perire in questo stato se Dio non avesse provveduto ad un piano di salvezza. Mosso a compassione per le sue creature cadute, Dio determina di inviare il Suo Figlio nel mondo, assumere la loro natura, e di fare e soffrire qualunque cosa fosse richiesta per la loro salvezza. Sulla base di quest’opera redentiva di Cristo, Dio promette la salvezza a tutti coloro che osserveranno i termini entro cui essa è offerta. Questa affermazione generale comprende opinioni che differiscono molto l’una dall’altra.

Una tale affermazione include perfino la concezione Pelagiana del piano di salvezza, che sostiene non vi sia alcuna differenza tra il patto d’opere sotto cui fu posto Adamo e il patto di grazia, sotto il quale si trovano ora gli uomini, eccetto per l’estensione dell’obbedienza richiesta. Dio promise la vita ad Adamo a condizione della perfetta obbedienza, perché egli era nella condizione di rendere tale obbedienza. Egli promette ora la salvezza agli uomini a condizione dell’obbedienza che essi sono in grado di rendere, siano essi Giudei, Pagani, o Cristiani. Secondo questa concezione le parti nel patto sono Dio e l’uomo; la promessa è la vita; la condizione è l’obbedienza che l’uomo può rendere facendo uso delle sue capacità naturali.

Il sistema dei Rimostranti (Arminiani, NdT) non differisce essenzialmente da quello Pelagiano, per quanto riguarda le parti, le promesse e la condizione. Anche i Rimostranti sostengono che le parti siano Dio e l’uomo, la vita sia la promessa e l’obbedienza la condizione. Ma essi considerano l’uomo in uno stato naturale di peccato, bisognoso di una grazia soprannaturale che viene fornita a tutti, e l’obbedienza richiesta è l’obbedienza della fede, o fides obsequiosa, una fede che include e assicura l’obbedienza evangelica. La salvezza sotto il vangelo è per opere tanto quanto sotto la legge; ma l’obbedienza richiesta non è la perfetta rettitudine richiesta ad Adamo, ma quella che gli uomini caduti, con l’aiuto dello Spirito, sono ora capaci di raggiungere.

L’Arminianesimo Wesleyano esalta grandemente l’opera di Cristo, l’importanza dell’influenza dello Spirito, e la grazia del vangelo in modo maggiore rispetto allo standard adottato dai Rimostranti. I due sistemi, tuttavia, sono essenzialmente uguali. L’opera di Cristo viene riferita in modo uguale a tutti gli uomini. Essa assicura per tutti le promesse di salvezza a condizione dell’obbedienza evangelica; ed ottiene per tutti, Giudei e Gentili, sufficienti quantità di grazia divina tali da rendere tale obbedienza praticabile. La salvezza di ogni singolo individuo dipende dall’uso che egli fa di questa grazia sufficiente.

Anche i Luterani sostengono che Dio abbia il serio intendimento di salvare tutti gli uomini; che Cristo morì ugualmente per tutti; che la salvezza è offerta a tutti coloro che odono il vangelo, a condizione, non delle opere o dell’obbedienza evangelica, ma della sola fede; la fede, tuttavia, è il dono di Dio; gli uomini non hanno la capacità di credere, ma hanno il potere di resistere efficacemente; e quelli, e solo quelli, sotto il vangelo, che deliberatamente resistono, periscono, e per quella ragione. Secondo tutte queste concezioni, che sono state più completamente descritte nel capitolo precedente, il patto di grazia è un contratto tra Dio e l’uomo caduto, nel quale Dio promette la salvezza a condizione dell’osservanza dei comandamenti del vangelo. Cosa siano questi comandamenti, come abbiamo visto, viene spiegato in modo differente.

Le distinzioni essenziali tra le sopra menzionate concezioni del piano di salvezza, o patto di grazia, e il sistema Agostiniano, sono:

  1. Che, secondo i primi, le sue offerte sono riferite in modo uguale a tutta l’umanità, mentre nel secondo hanno un riferimento speciale a quella parte del genere umano che viene effettivamente salvata;
  2. Che il sistema Agostiniano dice che è Dio e non l’uomo a determinare chi sarà salvato.

Come è già stato frequentemente sottolineato, la domanda su quale di questi due sistemi sia vero non deve essere decisa scoprendo quale è più consono ai nostri sentimenti o più plausibile per la nostra comprensione, ma quale è coerente con le dottrine della Bibbia e i fatti dell’esperienza. Questo punto è già stato discusso. Il nostro presente oggetto è semplicemente di descrivere cosa intende il sistema Agostiniano con il patto di grazia.

La parola grazia viene usata nella Scrittura e negli scritti religiosi ordinari in tre sensi:

  1. Per indicare amore immeritato; i.e. l’amore esercitato verso chi non lo merita.
  2. Per qualsiasi favore non meritato, specialmente per le benedizioni spirituali. Per cui, tutti i frutti dello Spirito nei credenti sono chiamati grazie, o doni immeritati di Dio.
  3. La parola grazia spesso significa l’influenza soprannaturale dello Spirito Santo. Questa è in particolare la grazia, essere il grande dono assicurato dall’opera di Cristo, e senza il quale la sua redenzione non sarebbe di alcuna utilità per la nostra salvezza.

In tutti questi significati della parola, il piano di salvezza è chiamato appropriatamente un patto di grazia. È di grazia perché ha origine nel misterioso amore di Dio per dei peccatori che meritano solo ira e dannazione. Secondo, perché promette la salvezza, non a condizione delle opere o di qualunque cosa meritoria da parte nostra, ma come un dono immeritato. E terzo, perché tutti i suoi benefici sono assicurati e applicati nel corso della natura, o nell’esercizio delle capacità naturali del peccatore, solo dall’influenza soprannaturale dello Spirito Santo, accordatogli come un dono immeritato.

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3. Le Parti del Patto

A prima vista potrebbe sembrare che ci sia una qualche confusione nelle affermazioni della Scrittura riguardo alle parti del patto. Alcune volte Cristo viene presentato come una delle parti; altre volte Egli non è presentato come una parte, ma come il mediatore e garante del patto; mentre le parti vengono presentate come Dio e il suo popolo. Come il vecchio patto fu stipulato tra Dio e gli Ebrei, e Mosè agì da mediatore, così il nuovo patto viene comunemente rappresentato nella Bibbia come formato tra Dio e il Suo popolo, con Cristo come mediatore. Egli è, quindi, chiamato il mediatore di un patto migliore fondato su migliori promesse.

Alcuni teologi propongono di riconciliare questi modi di rappresentazione dicendo che come il patto d’opere fu formato con Adamo come rappresentante della sua progenie, e quindi in lui tutta l’umanità discesa da lui per normale generazione; così il patto di grazia fu formato con Cristo come capo e rappresentante del suo popolo, e in Lui con tutti quelli dati a Lui dal Padre. Questo semplifica la questione, e si accorda con il parallelo tracciato dall’Apostolo tra Adamo e Cristo in Rom. 5:12-21, e I Cor. 15:21, 22, 47-49. Tuttavia non rimuove l’incongruità di Cristo che viene rappresentato insieme come una parte e come mediatore dello stesso patto. Esistono in realtà due patti riguardanti la salvezza dell’uomo decaduto, quello tra Dio e Cristo, e l’altro tra Dio e il suo popolo. Questi patti differiscono non solo nelle parti, ma anche nelle promesse e nelle condizioni. Entrambi sono così chiaramente presentati nella Bibbia che non dovrebbero confondersi. Il secondo, il patto di grazia, è fondato sul primo, il patto di redenzione. Dell’uno Cristo è il mediatore e garante; dell’altro Egli è una delle parti contraenti.

Questa è una questione che riguarda solo perspicacia di espressione. Non c’è differenza dottrinale tra quelli che preferiscono la prima affermazione e quelli che preferiscono la seconda; fra quelli che comprendono tutti i fatti della Scrittura riguardanti il soggetto sotto il patto tra Dio e Cristo come rappresentante del suo popolo, e quelli che lo distribuiscono in due. Gli Standard di Westminster sembrano adottare ora l’uno ora l’altro modo di rappresentazione. Nella Confessione di Fede si dice, “Essendosi l’uomo, con la sua caduta, reso incapace di vita per mezzo di quel patto [i.e., il patto d’opere], piacque a Dio farne un secondo, comunemente chiamato il patto di grazia; in cui Egli liberamente offriva ai peccatori la vita e la salvezza in Gesù Cristo, richiedendo da loro la fede in Lui, affinché essi possano essere salvati, e promettendo di dare a tutti coloro che sono ordinati a vita, lo Spirito Santo, per renderli desiderosi e capaci di credere.” Qui l’implicazione è che Dio e il suo popolo sono le parti; perché in un patto le promesse sono fatte ad una delle parti, e qui si dice che la vita e la salvezza sono promesse ai peccatori, e che a loro è richiesta la fede. La stessa concezione è presentata nel Catechismo Minore, secondo l’interpretazione naturale della risposta alla ventesima domanda. Viene qui detto, “Dio, avendo eletto alcuni alla vita eterna, da tutta l’eternità, per il  suo semplice beneplacito, entrò in un patto di grazia, per liberarli dal loro stato di peccato e miseria, e di portarli in uno stato di salvezza per mezzo di un Redentore.” Nel Catechismo Maggiore, tuttavia, viene adottata espressamente l’altra concezione. Nella risposta alla domanda, “Con chi fu fatto il patto di grazia?”, viene detto, “Il patto di grazia fu fatto con Cristo come secondo Adamo, e in Lui con tutti gli eletti della sua progenie.

Due Patti da Distinguere

Questa confusione viene evitata distinguendo tra il patto di redenzione tra il Padre e il Figlio, e il patto di grazia tra Dio e il suo popolo. Il secondo presuppone il primo, ed è fondato su di esso. I due, tuttavia, non dovrebbero essere confusi, poiché entrambi sono chiaramente rivelati nella Scrittura, ed inoltre differiscono per le parti, per le promesse, e per le condizioni. Su questo argomento Turrettini dice:

Atque hic superfluum videtur quærere, An foedus hoc contractum fuerit cum Christo, tanquam altera parte contrahente, et in ipso cum toto ejus semine, ut primum foedus cum Adamo pactum fuerat, et in Adamo cum tota ejus posteritate: quod non paucis placet, quia promissiones ipsi dicuntur factæ, Gal. iii. 16, et quia, ut Caput et Princeps populi sui, in omnibus primas tenet, ut nihil nisi in ipso et ab ipso obtineri possit: An vero foedus contractum sit in Christo cum toto semine, ut non tam habeat rationem partis contrahentis, quam partis mediæ, quæ inter dissidentes stat ad eos reconciliandos, ut aliis satius videtur. Superfiuum, inquam, est de eo disceptare, quia res eodem redit; et certum est duplex hic pactum necessario attendendum esse, vel unius ejusdem pacti duas partes et gradus. Prius pactum est, quod inter Patrem et Filium intercedit, ad opus redemptionis exequendum. Posterius est, quod Deus cum electis in Christo contrahit, de illis per et propter Christum salvandis sub conditione fidei et resipiscentiæ. Prius fit cum Sponsore et capite ad salutem membrorum: Posterius fit cum membris in capite et sponsore.

“E qui si vede che è superfluo indagare se questo patto fu contratto con Cristo, come altra parte contraente, e con Lui tutta la sua progenie, come fu il primo patto con Adamo, e in Adamo tutta la sua posterità: cose che piace non a pochi, perché a Lui si dice siano state fatte le promesse (Ga. 3:16), e perché, come Capo e Principe del suo popolo, detiene il primato in tutto, come nessuno se non in lui e da lui può ottenere: Se veramente il patto sia stato contratto in Cristo con tutta la sua progenie, non tanto come parte contraente, ma come parte mediatrice, che sta nel mezzo fra due contrarie e le riconcilia, come sembra meglio ad altri. È superfluo, direi, discettare di questo … ed è certo che questo patto debba essere amministrato in modo duplice…  Primo, il patto è quello d’intercessione tra il Padre e il Figlio, per conseguire l’opera di redenzione. Il secondo è quello che Dio ha contratto con gli eletti in Cristo, per salvarli per mezzo e merito di Cristo sotto la condizione della fede e del ravvedimento. Il primo fu con il Garante e capo per la salvezza delle membra; il secondo fu con le membra nel capo e garante.”

La stessa interpretazione è proposta da Witsius:

Ut Foederis gratiæ natura penitius perspecta sit, duo imprimis distincte consideranda sunt. (1.) Pactum, quod inter Deum Patrem et mediatorem Christum intercedit. (2.) Testamentaria illa dispositio, qua Deus electis salutem æternam, et omnia eo pertinentia, immutabili foedere addicit. Prior conventio Dei cum mediatore est: posterior Dei cum electis. Hæc illam supponit, et in illa fundatur.

“Affinché la natura del Patto di Grazia sia compresa più pienamente, due cose innanzi tutto devono essere considerate: 1) Il Patto che avvenne fra Dio Padre e Cristo mediatore; 2) Quella disposizione testamentaria che Dio aggiunse al patto immutabile, di sua sola pertinenza, per la salvezza eterna degli eletti. Prima c’è il patto di Dio con il mediatore, e dopo quello di Dio con gli eletti. Quest’ultimo presuppone e si fonda sul primo.” (NdT).

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4. Il Patto di Redenzione

Con questo si intende il patto tra il Padre e il Figlio in relazione alla salvezza dell’uomo. Questo è un argomento che, per la sua natura, è completamente fuori dalla nostra comprensione. Noi dobbiamo ricevere gli insegnamenti della Scrittura riguardo ad esso senza presumere di penetrare il mistero che gli naturalmente è proprio. C’è un solo Dio, un Essere divino, al quale appartengono tutti gli attributi di divinità. Ma nella Divinità esistono tre persone, le stessa in sostanza, e uguali in potenza e gloria. È insito nella natura di una personalità, che una persona sia oggettiva rispetto ad un’altra. Se quindi il Padre e il Figlio sono persone distinte, l’una sarà l’oggetto delle azioni dell’altra. Una può amare, rivolgersi ed avere comunione con l’altra. Il Padre può mandare il Figlio, può dargli del lavoro da compiere, ed prometterGli una ricompensa. Tutto questo è effettivamente incomprensibile per noi, ma poiché è chiaramente insegnato nella Scrittura, deve entrare nella fede Cristiana.

Per poter provare che esiste un patto tra il Padre e il Figlio, formato nell’eternità, e rivelato nel tempo, non è necessario che portiamo passi della Scrittura nei quali questa verità è affermata espressamente. Ci sono in verità passi che sono equivalenti a tali dirette affermazioni. Questo è inteso nel ricorso frequente di affermazioni della Scrittura che il piano di Dio riguardante la salvezza degli uomini aveva la natura di un patto, ed era formato nell’eternità. Paolo dice che esso fu nascosto per epoche nella mente divina; questo avvenne prima della fondazione del mondo. Cristo parla di promesse fatteGli prima del suo avvento; e che Egli venne in questo mondo per eseguire una commissione che Egli aveva ricevuto dal Padre. Il parallelo tracciato in modo così distinto tra Adamo e Cristo è anche una prova del punto in questione. Come Adamo fu il capo e rappresentante della sua posterità, così Cristo è il capo e rappresentante del suo popolo. E come Dio entrò in un patto con Adamo così Egli entrò in un patto con Cristo. Questo, in Rom. 5:12-21, è espresso come l’idea fondamentale di tutti i modi di Dio di trattare con gli uomini, sia nella loro caduta che nella loro redenzione.

La dimostrazione della dottrina ha, tuttavia, un fondamento molto più ampio. Quando una persona assegna un compito stipulato ad un’altra persona con la promessa di una ricompensa a condizione dell’esecuzione di tale compito, abbiamo un patto. Nulla può essere più chiaro che questo è vero riguardo al Padre e al Figlio. Il Padre diede al Figlio del lavoro da compiere; Egli Lo inviò nel mondo per eseguirlo, e Gli promise una grande ricompensa quando il lavoro fosse compiuto. Questa è la costante rappresentazione delle Scritture. Abbiamo, quindi, le parti contraenti, la promessa, e la condizione. Questi sono gli elementi essenziali di un patto. Essendo tale la rappresentazione della Scrittura,  tale deve essere la verità alla quale dobbiamo conformarci. Non è una semplice figura, ma una vera transazione, e dovrebbe essere considerata e trattata come tale se vogliamo comprendere bene il piano di salvezza. Nel Salmo 40, che l’Apostolo spiega riferirsi al Messia, è detto, “Ecco io vengo, Nel rotolo del libro sta scritto di me. DIO mio, io prendo piacere nel fare la tua volontà.” i.e. di perseguire il tuo fine, di portare avanti il tuo piano. “Per mezzo di questa volontà,” dice l’Apostolo (Eb. 10:10) “noi siamo santificati (i.e. purificati dalla colpa del peccato), mediante l’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre.” Cristo venne, quindi, per perseguire un fine di Dio, per compiere un’opera che Gli era stata assegnata. Egli, quindi, in Gv. 17:4, dice, “Avendo compiuta l’opera che tu mi hai dato da fare.” Questo fu detto alla fine del suo corso terreno. Al suo principio, quando era ancora un bambino, Egli disse ai suoi genitori, “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Luca 2:49). Il nostro Signore parla di sé, e se ne parla, come mandato nel mondo (Gv. 17:18).  Ma, quando è venuto il compimento del tempo, Dio ha mandato suo Figlio, nato da donna.” (Ga. 4:4) “Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo” (I Gv. 4:9) Dio “ha mandato il suo Figlio per essere l’espiazione per i nostri peccati.” (verso 10).

È chiaro, quindi, che Cristo venne per eseguire un compito, che Egli fu mandato dal Padre per compiere un piano, o un progetto preconcepito. È non meno chiaro che il Padre fece al Figlio delle promesse speciali, legate al compimento dell’opera a Lui assegnata. Questo può apparire come un modo antropologico di rappresentare una transazione tra le persone della divina Trinità. Ma deve essere ricevuto come sostanziale verità. Il Padre diede al Figlio un’opera da compiere, ed Egli gli promise una ricompensa al suo completamento. La transazione fu, quindi, della natura di un patto. Il Figlio si assunse l’obbligazione di compiere il lavoro che gli era stato assegnato; e un’obbligazione fu assunta dal Padre di garantire al Figlio la ricompensa stipulata. L’infinità di Dio non impedisce che queste cose siano possibili.

Poiché la descrizione dell’opera di Cristo nella redenzione dell’uomo costituisce una larga parte del compito del teologo, tutto ciò che è appropriato a questo punto è un semplice riferimento alle affermazioni Scritturali sulla questione.

Il Compito assegnato al Redentore

  1. Egli doveva assumere la nostra natura, umiliandosi nascendo da una donna, ed avere l’aspetto d’un uomo. Questa doveva essere una vera incarnazione, non una mera teofania come si erano verificate ripetutamente sotto la vecchia dispensazione. Egli doveva diventare carne, prendere parte alla carne e al corpo; essere ossa delle nostre ossa e carne della nostra carne, reso in tutte le cose come i suoi fratelli, tuttavia senza peccato, affinché Egli potesse essere toccato dalla percezione delle nostre infermità, e capace di simpatizzare con quelli che sono tentati, essendo stato Egli stesso tentato.
  2. Doveva essere reso sottomesso alla legge, impegnandosi volontariamente ad adempiere a tutta la rettitudine obbedendo alla legge di Dio in modo perfetto in tutte le forme in cui è stata resa obbligatoria per l’uomo.
  3. Egli doveva portare i nostri peccati, facendosi anatema al posto nostro, offrendo Sè stesso come sacrificio, o propiziazione a Dio in espiazione dei peccati degli uomini. Questo includeva la sua intera vita di umiliazione, dolore, e sofferenza, e la sua ignominiosa morte sulla croce. Ciò che doveva fare dopo di questo riguarda la sua esaltazione e ricompensa.

Le Promesse fatte al Redentore

Tale, nei termini generali, era il compito che il Figlio di Dio s’impegnò a compiere. Le promesse del Padre al Figlio condizionate al completamento di quell’opera, erano:

  1. Che Egli avrebbe preparato per Lui un corpo, approntato un tabernacolo per Lui, formato come lo fu il corpo di Adamo per l’opera diretta di Dio, incontaminato e senza macchia e difetto.
  2. Che Gli avrebbe dato lo Spirito senza limiti, che la sua natura umana sarebbe stata tutta ripiena di grazia e forza, e così adorna con la bellezza della santità che Egli sarebbe stato adorato interamente.
  3. Che Egli sarebbe stato sempre alla sua destra per sostenerlo e confortarlo nelle ore più buie del suo conflitto con i poteri delle tenebre, e che Egli avrebbe infine calpestato Satana.
  4. Che lo avrebbe liberato dal potere della morte, ed esaltato in cielo alla Sua destra; e che tutte le potenze in cielo e in terra sarebbero state rivolte a Lui.
  5. Che Egli, come Theanthropos e capo della Chiesa, avrebbe avuto lo Spirito Santo da inviare a quanti avesse voluto, per rigenerare i loro cuori, per gratificarli e confortarli, e per renderli adatti al suo servizio e regno.
  6. Che tutti quelli dati a Lui dal Padre sarebbero venuti a Lui, e preservati presso di Lui, così che nessuno di essi potesse perdersi.
  7. Che una moltitudine che nessun uomo può quantificare sarebbero stati resi partecipi della sua redenzione.
  8. Che attraverso Cristo, in Lui, e nella sua Chiesa riscattata, ci sarebbe stata la più alta manifestazione di perfezioni divine a tutti gli ordini di sante intelligenze per tutta l’eternità. Il Figlio di Dio doveva così vedere il travaglio della sua anima ed essere gratificato.

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5. Il Patto di Grazia

In virtù di ciò che il Figlio di Dio aveva concordato di eseguire, e di ciò che nella pienezza del tempo Egli effettivamente realizzò, seguendo le stipulazioni dell’accordo con il Padre, seguono due cose. Primo, la salvezza viene offerta a tutti gli uomini a condizione della fede in Cristo. Nostro Signore comandò ai suoi discepoli di andare in tutto il mondo e di predicare il vangelo ad ogni creatura. Il vangelo, tuttavia, è l’offerta di salvezza alle condizioni del patto di grazia. In questo senso, il patto di grazia è formato con tutta l’umanità. E, quindi, Turrettini dice, “Questo contratto di grazia è un patto gratuito fra Dio, parte offesa, e gli uomini, parte offendente, in Cristo, nel quale Dio promette gratuitamente agli uomini la remissione dei peccati e la salvezza per mezzo di Cristo, e per la stessa via, l’uomo promette … fede ed obbedienza.” E la Confessione di Westminster dice, “Essendosi l’uomo con la sua caduta reso incapace della vita con quel patto [ovvero, il patto d’opere], piacque al Signore di farne un secondo, comunemente chiamato il patto di grazia, nel quale Egli liberamente offrì ai peccatori [e tutti i peccatori] la vita e la salvezza per mezzo di Gesù Cristo, richiedendo dal loro la fede in Lui, affinché essi potessero essere salvati, e promettendo di dare a coloro che sono ordinati alla vita eterna, il suo Spirito Santo, per renderli capaci e desiderosi di credere.” Se questo, quindi, fosse tutto ciò che è inteso da quelli che rendono le parti del patto di grazia Dio e l’umanità in generale e tutta l’umanità in modo uguale, non ci sarebbe obiezione alcuna alla dottrina. Perché è indubbiamente vero che Dio offre ad ogni singolo uomo la vita eterna a condizione della fede in Gesù Cristo. Ma poiché è non meno vero che l’intero schema della redenzione si riferisce in modo speciale a quelli dati dal Padre al Figlio, e dei quali il Signore dice, “Tutto quello che il Padre mi dà verrà a me; e colui che viene a me, io non lo caccerò fuori” (Gv. 6:37), segue, secondariamente, dalla natura del patto tra il Padre e il Figlio, che il patto di grazia ha anche un riferimento speciale agli eletti. A loro Dio promise di dare il suo Spirito affinché possano credere; e a loro soltanto appartengono le promesse fatte ai credenti. Quelli che ignorano la distinzione tra i patti di redenzione e di grazia, unendo il secondo nel primo, ovviamente rappresentano le parti del patto come Dio e Cristo come capo e rappresentante del suo popolo. E quindi l’umanità, come tale, non è una parte in nessun senso. Tutto quello che conta è che noi adottiamo un tale modo di rappresentazione includendo i vari fatti riconosciuti nelle Scritture. È uno di tali fatti che la salvezza viene offerta a tutti gli uomini a condizione della fede in Cristo. E quindi per quanto concerne quel fatto, o che in un senso deriva da quel fatto, il patto di grazia è stipulato con tutti gli uomini. Il grande peccato di coloro che ascoltano il vangelo è che essi rifiutano di accettare quel patto e quindi si pongono fuori dalla sua competenza.

Cristo come Mediatore del Patto

Come Cristo è una parte del patto di redenzione, così Egli è costantemente rappresentato come il mediatore del patto di grazia; non solo nel senso di un internuncius, come Mosè era mediatore tra Dio e il popolo d’Israele, ma nel senso, 1) Che fu attraverso il suo intervento, e solo sulla base di ciò che Egli fece, o promise di fare, che Dio entrò in questo nuovo patto con gli uomini decaduti. E 2) nel senso di garante. Egli garantisce l’osservanza di tutte le promesse e condizioni del patto. Il Suo sangue fu il sangue del patto. Questo significa che la sua morte ebbe tutti gli effetti di un sacrificio federale, essa non solo legò le parti al contratto, ma assicurò anche il rispetto di tutte le sue clausole. Per cui Egli è chiamato non solo Mesìtes, ma anche Enguos (Eb. 7:22), un tutore, o garante. Rispettando tutte le condizioni a cui erano vincolate le promesse del patto di redenzione, la lealtà e la giustizia di Dio sono il pegno che assicura la salvezza del suo popolo; e questo assicura la fedeltà del suo popolo. Così che Cristo risponde sia a Dio che agli uomini. La Sua opera rende certi i doni della grazia di Dio, e la perseveranza del suo popolo nella fede e nell’obbedienza. Egli è quindi, in ogni senso, la nostra salvezza.

La Condizione del Patto

La condizione del patto di grazia, per quanto concerne gli adulti, è la fede in Cristo. Cioè, per poter prendere parte ai benefici di questo patto noi dobbiamo ricevere il Signore Gesù Cristo come il Figlio di Dio nel quale e grazie al quale le benedizioni del patto sono accordate ai figli degli uomini. Fin quando non crediamo così, noi siamo alieni e stranieri dal patto della promessa, senza Dio e senza Cristo. Dobbiamo accettare questo patto, rinunciando a tutti gli altri metodi di salvezza, ed acconsentendo ad essere salvati nei termini che esso propone, prima che possiamo essere resi partecipi dei suoi benefici. La parola “condizione”, tuttavia, è usata in due sensi. A volte essa significa la considerazione meritoria sulla base della quale sono conferiti certi benefici. In questo senso l’obbedienza perfetta era la condizione del patto originariamente stipulato con Adamo. Se egli avesse mantenuto la sua integrità avrebbe meritato la benedizione promessa. Perché per colui che opera la ricompensa non è per grazia ma per debito. Nello stesso senso l’opera di Cristo è la condizione del patto di redenzione. Fu la base meritoria, poggiare un fondamento nella giustizia per il compimento delle promesse fatte a Lui dal Padre. Ma in altri casi, per condizione intendiamo semplicemente una sine qua non. Una benedizione può essere promessa alla condizione per la quale viene chiesta; o che ci sia la volontà di riceverla. Non c’è alcun merito nella richiesta o nella volontà, che è alla base del dono. Rimane un favore gratuito; ma è, nondimeno, vincolato all’atto di chiedere. È solo in quest’ultimo senso che la fede è la condizione del patto di grazia. Non c’è alcun merito nel credere. È solo l’atto di ricevere un favore offerto. In ogni caso la necessità è ugualmente assoluta. Senza l’opera di Cristo non ci sarebbe alcuna salvezza; e senza la fede non c’è alcuna salvezza. Colui che crede nel Figlio ha la vita eterna. Chi non crede, non vedrà la vita, ma l’ira di Dio permane su di lui.

Le Promesse del Patto

Le promesse di questo patto sono tutte incluse nella formula comprensiva, così spesso ricorrente nelle Scritture, “Io sarò il vostro Dio, e voi sarete il mio popolo.” Questo implica la completa restaurazione della nostra normale relazione con Dio. Viene rimossa tutta la causa dell’alienazione, ogni impedimento all’amicizia. Egli comunica Se stesso nella sua pienezza al suo popolo; ed essi diventano suoi per completa conformità alla sua volontà e devozione al suo servizio, e sono l’oggetto speciale del suo favore.

Dio è detto essere il nostro Dio, non solo perché Egli è il Dio che riconosciamo e a cui professiamo di rendere il culto e l’obbedienza, come Egli era il Dio degli Ebrei a differenza dei Gentili che non riconoscevano la sua esistenza o non professavano di essere suoi adoratori, ma Egli è il nostro Dio, – la nostra eredità infinita; l’origine per noi di tutto ciò che Dio è per coloro che sono l’oggetto del suo amore. Le Sue perfezioni ci sono rivelate come la somma conoscenza; esse sono dedicate alla nostra protezione, benedizione, e gloria. Il Suo essere il nostro Dio implica anche che Egli ci assicura il Suo amore, e ci ammette alla comunione con Sè. Come il suo favore è la vita, e la sua benevolenza migliore della vita; come la visione di Dio, il godere del suo amore e dell’amicizia con Lui assicurano la più elevata esaltazione e beatificazione delle sue creature, è chiaro che la promessa di essere il nostro Dio, nel senso Scritturale del termine, include tutti i beni possibili ed immaginabili.

Quando viene detto che noi dobbiamo essere il suo popolo, significa, 1) Che noi siamo il suo possesso particolare. Egli si compiace dei figli degli uomini. Dai vari ordini di creature razionali, Egli ha scelto l’uomo per essere l’oggetto speciale del suo favore, e il mezzo speciale attraverso cui e con cui manifestare la sua gloria. E dalla massa di uomini caduti Egli, per suo proprio compiacimento, ha scelto una moltitudine innumerevole per essere la sua eredità, come Egli si degna di chiamarli; sui quali Egli riversa la pienezza della sua grazia, e nei quali Egli rivela la sua gloria all’ammirazione di tutte le intelligenze sante. 2) Che essendo così selezionati per l’amore speciale di Dio e per la più alta manifestazione della sua gloria, essi sono in ogni cosa resi degni di un così alto destino. Essi sono giustificati, santificati, e glorificati. Essi sono resi perfettamente conformi alla sua immagine, votati al suo servizio, e obbedienti alla sua volontà.

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6. L’uguaglianza del Patto di Grazia sotto tutte le Amministrazioni

Con questo s’intende che il piano di salvezza è stato lo stesso sotto tutte le amministrazioni, la Patriarcale, la Mosaica, e la Cristiana. Su questo tema c’è molta diversità d’opinione, e ancor maggiormente modi di esprimersi. I Sociniani dicono che sotto la vecchia economia non c’era alcuna promessa di vita eterna e che la condizione di salvezza non fosse la fede in Cristo. I Rimostranti ammettevano che i patriarchi furono salvati, e che furono salvati per mezzo di Cristo, i.e., in virtù dell’opera che il Redentore avrebbe dovuto compiere; ma essi mettevano anche in dubbio che fosse stata data alcuna promessa di vita eterna nell’Antico Testamento, o se la fede nel Redentore fosse la condizione dell’approvazione di Dio. Su questo argomento la “Apologia per la Confessione dei Rimostranti” dice riguardo alla fede in Gesù Cristo, “Ed è certo che non v’è alcun passo dal quale appaia che tale fede fosse comandata o fosse in vigore nel Vecchio Testamento.” Ed Episcopio dice, “Da ciò è facile concludere cosa si debba stabilire di quella famosa questione, se anche nel Vecchio Patto ebbe luogo la promessa della vita eterna, o se fu compresa nello stesso patto. Se infatti si scorge che le promesse speciali sono espresse nello stesso patto, si deve dire che non si può in esso trovare alcuna chiara promessa di vita eterna. (…)”

I Battisti, specialmente quelli dell’epoca della Riforma, non sostengono la dottrina comune su questo argomento. Gli Anabattisti non solo parlavano in termini molto irrispettosi della vecchia economia e dello stato dei Giudei sotto quella dispensazione, ma era necessario al loro peculiare sistema che essi negassero anche che il patto stabilito con Abrahamo includesse anche il patto di grazia. I Battisti sostengono che i bambini non possono essere membri della chiesa, e che il segno della loro appartenenza non può essere propriamente amministrato a chi non abbia conoscenza e fede. Ma non può essere negato che i bambini fossero inclusi nel patto con Abrahamo, e che essi ricevessero la circoncisione, suo sigillo e segno designato. È quindi essenziale alla loro teoria che il patto Abramico debba essere considerato semplicemente come un patto nazionale completamente distinto dal patto di grazia.

I Cattolici Romani presumendo che la grazia salvifica viene comunicata attraverso i sacramenti, e vedendo che la gran parte degli antichi Israeliti, in molte occasioni quantomeno, furono respinti da Dio, nonostante la loro partecipazione ai sacramenti che erano stabiliti al tempo, furono spinti ad assumere una differenza radicale tra i sacramenti del Vecchio Testamento e quelli del Nuovo. Il primo era solo un segno della grazia, il secondo la conferiva effettivamente. Da questo consegue che quanti vissero prima dell’istituzione dei sacramenti Cristiani non furono effettivamente salvati. I loro peccati non furono perdonati, ma omessi, tralasciati. Alla morte essi non furono ammessi in cielo, ma mandati in un luogo e stato chiamato il limbus patrum, dove essi rimanevano in una condizione negativa fino alla venuta di Cristo, il quale dopo la sua morte discese agli inferi, lo sheol, per la loro liberazione.

In contrasto a queste differenti opinioni la dottrina comune della Chiesa è sempre stata che il piano di salvezza è stato lo stesso dall’inizio. Vi è la stessa promessa di liberazione dai mali dell’apostasia, lo stesso Redentore, la stessa condizione richiesta per la partecipazione alle benedizioni della redenzione, e la stessa completa salvezza per tutti coloro che accolgono l’offerta di misericordia divina.

Nel determinare il grado di conoscenza posseduto dall’antico popolo di Dio, non dobbiamo essere condizionati dalla nostra capacità di scoprire dalle Scritture dell’Antico Testamento le dottrine della grazia. Quanta istruzione supplementare il popolo ricevesse dai profeti, o quale grado di illuminazione divina era loro concessa, non possiamo stabilirlo. È tuttavia chiaro dagli scritti dell’Antico Testamento che la conoscenza del piano di salvezza presente tra i Giudei al tempo dell’avvento era molto maggiore di quanto potremmo reputare possibile dal semplice studio dell’Antico Testamento. Essi non solo aspettavano diffusamente e con fiducia il Messia, che doveva essere un maestro e un liberatore, ma i devoti Giudei attendevano la salvezza d’Israele. Essi parlavano con familiarità dello Spirito Santo e del battesimo che Egli doveva operare, come fanno ora i Cristiani. È principalmente dalle affermazioni degli scrittori del Nuovo Testamento e dalla loro esposizione delle antiche Scritture che noi apprendiamo la quantità di verità rivelata a coloro che vissero prima della venuta di Cristo.

Dalle Scritture, quindi, nella loro interezza, dal Nuovo Testamento e dal Vecchio interpretato con infallibile autorità nel Nuovo, noi apprendiamo che il piano di salvezza è sempre stato uno e medesimo, in quanto abbiamo la stessa promessa, lo stesso Salvatore e la stessa condizione.

La Promessa di Vita Eterna fatta prima dell’Avvento

Che la promessa fosse la medesima sia per coloro che vissero prima dell’avvento che per noi, è evidente. Immediatamente dopo la caduta Dio diede ad Adamo la promessa della redenzione. Quella promessa era contenuta nella predizione che il seme della donna avrebbe schiacciato il capo del serpente. In questo passaggio è chiaro che il serpente è Satana. Egli era il tentatore, e su di lui era decretato che cadesse la maledizione pronunciata. Schiacciare la sua testa implica una ferita fatale o abbattimento. Il principe delle tenebre che aveva trionfato sopra i nostri primi genitori avrebbe dovuto essere rovesciato e privato della sua vittoria. Questo abbattimento doveva essere compiuto dal seme della donna. Questa frase potrebbe significare la discendenza della donna, e in questo senso potrebbe trasmettere un’importante verità: l’uomo è destinato a trionfare su Satana. Ma esso aveva evidentemente un riferimento più specifico. Si riferisce ad un individuo, il quale in un senso particolare per se stesso, doveva essere il seme della donna. Questo è chiaro dall’analogia della profezia. Quando fu promesso ad Abrahamo che nel suo seme tutte le nazioni della terra sarebbero state benedette, sarebbe molto naturale intendere il seme come la sua posterità, il popolo Ebraico. Ma noi sappiamo con certezza, dall’affermazione diretta dell’Apostolo (Ga. 3:10) che si intendeva un preciso individuo, cioè Cristo. Così quando Isaia predice che il “servo del Signore” avrebbe dovuto soffrire, trionfare, ed essere fonte di benedizioni per tutti i popoli, molti intesero, e molti ancora intendono, che egli parlasse della nazione Giudea, visto che Dio così spesso parla del suo servo Israele. Tuttavia il servo inteso era il Messia, e il popolo non è incluso nella predizione più di quanto lo sia quando si dice che “la salvezza è dei Giudei.” In tutti questi e simili casi abbiamo due guide riguardo al vero significato dello Spirito. Una si trova nelle successive e esplicative dichiarazioni delle Scritture, l’altra è nell’adempimento delle predizioni. Noi sappiamo chi fosse il seme della donna; chi il seme di Abraamo; chi Shiloh; chi il Figlio di Davide; chi il servo del Signore; perché in Cristo e da Cristo fu adempiuto tutto ciò che fu predetto di essi. Il seme della donna avrebbe dovuto schiacciare il capo del serpente. Ma fu Cristo, e solo Cristo, che venne in questo mondo per distruggere le opere del Diavolo. Egli stesso dichiarò che questo era lo scopo della sua missione. Satana era l’uomo forte armato che Cristo venne ad espropriare e a liberare coloro che erano condotti in cattività al suo volere. Abbiamo quindi la promessa della redenzione fatta ai nostri primi genitori immediatamente dopo la caduta che doveva essere comunicata da essi ai loro discendenti per preservarla in perpetua memoria. Questa promessa fu ripetuta e amplificata di volta in volta, finché venne veramente il Redentore. In queste nuove e più compiute predizioni, la natura di questa redenzione era espressa con sempre maggiore chiarezza. Questa promessa generale includeva molte promesse specifiche. Così troviamo Dio che promette al suo popolo fedele il perdono dei peccati, il ripristino del suo favore, la rigenerazione dei loro cuori, e il dono dello Spirito. Nessuna benedizione più alta di queste viene offerta sotto la dispensazione Cristiana. E l’antico popolo di Dio desiderava e pregava per queste benedizioni. L’Antico Testamento, e in modo speciale i Salmi e le altri parti devozionali delle prime Scritture, sono pieni dell’annotazione di tali preghiere e desideri. Nulla può essere più chiaro che il perdono e il favore di Dio furono promessi ad uomini santi prima della venuta di Cristo, e che queste sono le benedizioni che sono ora promesse a noi.

L’Apostolo in Eb. 11 insegna che le speranze dei patriarchi non erano confinate alla vita presente, ma erano riposte su un futuro stato d’esistenza. Tale stato, quindi, deve essere loro rivelato, e la vita eterna deve essere stata loro promessa. Così egli dice (cap. 11:10) che Abrahamo “aspettava la città che ha i fondamenti, il cui architetto e costruttore è Dio.” Che questo fosse il paradiso è chiaro dal verso 16, dove dice, “Ma ora ne desiderano una migliore, cioè quella celeste; perciò Dio non si vergogna di essere chiamato il loro Dio, perché ha preparato loro una città.” Egli ci dice che questi antichi nobili uomini sacrificavano con gioia tutti i beni terreni, e perfino la vita stessa, “non accettando la liberazione, per ottenere una migliore risurrezione.” Che questa fosse la fede comune dei Giudei ben prima della venuta di Cristo è evidente anche da 2 Maccabei 7:9, dove il martire morente dice al suo tormentatore, “Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re del mondo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna.” Il nostro Signore ci insegna che Abraamo, Isacco, e Giacobbe sono ancora vivi; e che dove si trova Abraamo, là si trova il cielo. Il suo seno era il luogo di riposo dei pii.

Cristo, il Redentore, sotto le Due Amministrazioni

Questa è una dimostrazione molto imperfetta delle prove che le Scritture adducono che la promessa di redenzione, e di tutto ciò che la redenzione include, perdono, santificazione, favore di Dio, e vita eterna, fu fatta al popolo di Dio dal principio. Non è neanche chiaro che il Redentore sia il medesimo sotto tutte le economie. Colui che fu predetto come il seme della donna, il seme d’Abraamo, il Figlio di Davide, il Ramo, il Servo del Signore, Dio manifestatosi nella carne. Egli, quindi, è stato innalzato dal principio come la speranza del mondo, il SALVATOR HOMINUM. Egli fu mostrato in tutti i suoi uffici, come Profeta, Sacerdote, e Re. La sua opera fu descritta tanto come un sacrificio quanto come una redenzione. Tutto questo è così ovvio, e così generalmente ammesso, da rendere non necessaria la citazione dei testi di prova. È sufficiente fare riferimento alle dichiarazioni generali del Nuovo Testamento sulla questione. Il nostro Signore comandò ai Giudei di investigare le Scritture, perché esse testimoniavano di Lui. Egli disse che Mosè e i profeti avevano scritto di Lui. Iniziando con Mosè e tutti i profeti, Egli espose ai discepoli in tutte le Scritture le cose che Lo riguardavano. Quando cominciarono a predicare il vangelo, gli Apostoli non solo provarono da ovunque nelle Scritture che Gesù è il Messia, ma si riferirono continuamente ad esse a sostegno di tutto ciò che essi insegnavano riguardo alla sua persona ed opera. È dall’Antico Testamento che essi provano la sua divinità; la sua incarnazione; la natura sacrificale della sua morte; che Egli fu veramente Sacerdote per compiere la riconciliazione per il popolo, così come Profeta e Re; e che Egli doveva morire, e risorgere al terzo giorno, per ascendere al cielo, ed essere investito d’assoluta autorità su tutta la terra e su tutti gli ordini degli esseri creati. Non c’è alcuna dottrina riguardante Cristo, insegnata nel Nuovo Testamento, che gli Apostoli non affermano essere stata rivelata sotto precedenti economie. Essi quindi affermano chiaramente che fu per mezzo di Lui e dell’efficacia della sua morte che gli uomini erano salvati prima e lo sono dopo il suo avvento. L’Apostolo Paolo dice (Ro. 3:25) che Cristo fu manifestato come propiziazione per il perdono dei peccati, non solo en tw nun kairw (nel tempo presente, NdT) ma anche dei peccati commessi prima del tempo presente, durante il tempo della pazienza di Dio. E in Eb. 9:15, viene affermato in modo ancora più esplicito che Egli morì per il perdono dei peccati sotto il primo patto. Egli fu, quindi, come è detto in Ap. 13:8, l’Agnello che è stato ucciso fin dalla fondazione del mondo. Questa almeno è l’interpretazione comune e più naturale di quel passo.

Una tale rivelazione del Messia fu indubbiamente fatta nell’Antico Testamento per muovere gli occhi dell’intera nazione Giudaica alla speranza e alla fede. Quello che i due discepoli sulla strada di Emmaus dissero, “noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele,” rivela quale fosse l’attesa e il desiderio generale della gente. Paolo ripetutamente parla del Messia come della speranza d’Israele. Egli dichiarò che la promessa di redenzione attraverso Cristo era l’oggetto delle speranze del popolo. Quando venne condotto davanti ai tribunali dei Giudei e ad Agrippa, egli dichiarò che predicando Cristo e la risurrezione non si era allontanato dalla religione dei padri, ma di aderirvi, mentre erano i suoi nemici che l’avevano abbandonata. “Ed ora mi trovo in giudizio per la speranza della promessa fatta da Dio ai nostri padri” (At. 26:6). Di nuovo dice ai Giudei di Roma, At. 28:20, “a motivo della speranza d’Israele che io porto questa catena.” Confrontate anche 23:6; 24:15. In Ef. 1:12, egli descrive i Giudei come oì proelpikòtes en tw Christw, quelli che avevano prima sperato nel Messia prima dell’avvento. In Atti 13:7 dice che i capi dei Giudei avevano respinto Cristo perché non riconoscevano “le voci dei profeti che sono letti ogni sabato,” che essi “hanno adempiuto condannandoLo.” In Lui fu “la promessa che fu fatta ai padri”, ci dice (versi 32, 33), della quale egli dice, che “Dio ha adempiuto per noi, loro figli, avendo risuscitato (o innalzato) Gesù,” il Salvatore atteso a lungo. Non è necessario soffermarsi su questo punto, perché la dottrina di un Messia personale che avrebbe redento il popolo di Dio, non solo pervade l’Antico Testamento, ma è dichiarata ovunque nel Nuovo Testamento come la grande promessa che si è adempiuta nell’avvento e nell’opera di nostro Signore Gesù Cristo.

Fede la Condizione di Salvezza dal Principio

Come la stessa promessa che fu fatta a quanti vissero prima dell’avvento è anche fatta a noi nel vangelo, come lo stesso Redentore che fu rivelato a loro viene presentato a noi come l’oggetto della fede, da questo segue necessariamente che la condizione, o termini della salvezza, era la stessa allora come oggi. Non era semplice fede o fiducia in Dio, o semplicemente pietà, che veniva richiesta, ma la fede nel Redentore promesso, o fede nella promessa di redenzione attraverso il Messia.

Questo è evidente non solo dalle considerazioni appena menzionate, ma anche, 1) Dal fatto che l’Apostolo insegna che la fede, e non le opere, era la condizione della salvezza tanto prima quanto dopo Cristo. Questo, nella sua epistola ai Romani, non solo lo afferma, ma lo dimostra. Egli argomenta che dalla natura stessa del caso la giustificazione dei peccatori per opere è una contraddizione. Se sono peccatori, essi sono sotto la condanna per le loro opere, e quindi non possono essere giustificati per esse. Inoltre, egli prova che ovunque l’Antico Testamento parla del perdono gratuito e dell’approvazione degli uomini da parte di Dio; ma se è gratuito, non può essere meritorio. Egli poi argomenta ancora dal caso di Abrahamo, il quale, secondo l’espressa affermazione delle Scritture, fu giustificato per fede, e cita dagli antichi profeti il grande principio, vero allora come oggi, che “il giusto vivrà per fede.” 2) In secondo luogo, egli prova che la fede era intesa come fede in una promessa e non semplicemente una pietà generica o fiducia in Dio. Abrahamo, egli dice, “Neppure dubitò per incredulità riguardo alla promessa di Dio, ma fu fortificato nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che ciò che egli aveva promesso era anche potente da farlo.” (Ro. 4:20-21). 3) L’Apostolo prova che la promessa specifica era l’oggetto della fede del patriarca era la promessa di redenzione attraverso Cristo. Essi dovevano credere a quella promessa, e in quello credette il vero popolo di Dio. La massa del popolo interpretò male la natura della redenzione promessa; ma anche nel loro caso fu la promessa di redenzione che era l’oggetto della loro fede. Quelli che erano istruiti dallo Spirito sapevano che si trattava di una redenzione dalla colpa e dal potere del peccato e dalla conseguente alienazione da Dio. In Ga. 3:14, l’Apostolo quindi dice che la benedizione promessa ad Abrahamo è giunta sui Gentili. Quella benedizione quindi era quella che è ora offerta a tutti gli uomini per mezzo del vangelo. Non solo, quindi, da queste esplicite dichiarazioni che la fede nel Redentore promesso era un requisito fin dal principio, ma dal fatto riconosciuto che l’Antico Testamento è pieno della dottrina della redenzione per mezzo del Messia, segue che coloro che ricevettero la religione dell’Antico Testamento ricevettero tale dottrina, ed esercitarono fede nella promessa di Dio riguardante Suo Figlio. L’Epistola agli Ebrei era intesa in larga parte a dimostrare che tutta l’Antica dispensazione prefigurava la Nuova, e che perde tutto il suo valore e importanza se vengono ignorati i suoi riferimenti a Cristo. Negare, quindi, che la fede dei santi dell’Antico Testamento fosse la fede nel Messia e nella sua redenzione, significa negare che essi avessero una qualunque conoscenza della portata delle rivelazioni e promesse che avevano ricevuto.

Paolo, in Ro. 3:21, dice che il metodo di salvezza rivelato nel vangelo era già stato rivelato nella legge e nei profeti; e il suo oggetto preciso, in Ga. 3:13-28, è di dimostrare che il patto sotto il quale noi viviamo e secondo i cui termini siamo salvati, è identico al patto fatto con Abrahamo, nel quale fu fatta la promessa di redenzione a condizione della fede in Colui nel quale tutte le nazioni della terra sarebbero state benedette. Questo è un patto anteriore alla legge Mosaica, e che la legge non poteva mettere da parte o abrogare.

Poiché il patto di grazia, o piano di salvezza, è il medesimo in tutti i suoi elementi dal principio, ne segue, primo, contrariamente agli Anabattisti, che il popolo di Dio prima di Cristo costituiva la Chiesa, e che la Chiesa è stata sempre una e la stessa sotto tutte le dispensazioni. Essa ha sempre avuto la stessa promessa, lo stesso Redentore, e la stessa condizione di appartenenza, vale a dire la fede nel Figlio di Dio come Salvatore del mondo.

Dalle stesse premesse segue anche, contrariamente ai Cattolici Romani, che la salvezza del popolo di Dio che morì prima della venuta di Cristo, era completa. Essi furono veramente perdonati, santificati, e, alla morte, ammessi a quello stato in cui sono ora ricevuti quelli che muoiono nella fede Cristiana. Questo è confermato da ciò che insegnano Nostro Signore e gli Apostoli. La salvezza promessa a noi è quella in cui i santi dell’Antico Testamento sono già entrati. I credenti Gentili si siedono insieme ad Abraamo, Isacco e Giacobbe. Il seno di Abraamo era il luogo di riposo per tutti i credenti. Tutto ciò che Paolo afferma per i credenti sotto il vangelo è che essi sono i figli di Abraamo, e resi partecipi della sua eredità. Se questo è così, allora l’intera teoria rituale che presume che grazia e salvezza sono comunicati solo attraverso i sacramenti Cristiani deve essere falsa.

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7. Le Diverse Amministrazioni

La Prima, da Adamo ad Abraamo

Anche se il patto di grazia è sempre stato lo stesso, le amministrazioni di quel patto sono cambiate. La prima amministrazione si estese da Adamo fino ad Abraamo. Di questo periodo abbiamo così pochi resoconti che non possiamo rivelare quanto della verità fu rivelato, o che misure fossero adottate per la sua preservazione. Tutto ciò che sappiamo, è che furono date le promesse originali riguardanti il seme della donna come Redentore della nostra razza, e che fu istituito il culto di Dio attraverso sacrifici. Che i sacrifici fossero un’istituzione divina, e intesi ad insegnare il metodo della salvezza, può essere dedotto:

  1. Dal fatto che quello fu il metodo che gli uomini di ogni parte del mondo furono indotti ad utilizzare dalla loro comune coscienza. È ciò che era loro imposto dalla loro relazione con Dio come peccatori. È l’insegnamento della coscienza che la colpa richiede un’espiazione, e che l’espiazione è fatta attraverso lo spargimento di sangue. Non essendo quindi i sacrifici un’istituzione arbitraria, ma essendo fondati sulla nostra reale relazione con Dio come peccatori, possiamo concludere che tali sacrifici fossero offerti per un Suo comandamento, diretto o indiretto.
  2. Questo può anche essere dedotto dal fatto che Dio li approvò, li adottò, e li incorporò nelle successive ordinanze religiose.
  3. Il fatto che l’uomo doveva essere salvato dal sacrificio di Cristo, e che questo fu il grandioso evento a cui le istituzioni delle precedenti economie facevano riferimento, rende chiaro che questo riferimento era voluto, e che era fondato sopra un’istituzione di Dio.

La Seconda Amministrazione

La seconda amministrazione si estese da Abraamo fino a Mosè. Questa era distinta dalla prima:

  1. Dalla scelta dei discendenti di Abraamo affinché fossero il popolo particolare di Dio. Essi furono scelti per preservare la conoscenza della vera religione in mezzo alla generale apostasia dell’umanità. A questo fine furono loro fatte rivelazioni speciali, e Dio entrò in un patto con loro promettendo che Egli sarebbe stato il loro Dio, e che essi sarebbero stati il loro popolo.
  2. Oltre a raccogliere così la Sua Chiesa dal mondo, e renderne i membri un popolo particolare, distinto con la circoncisione dai Gentili che li circondavano, fu maggiormente definita la promessa della redenzione. Il Redentore sarebbe stato della discendenza di Abraamo. Egli doveva essere una persona. La salvezza che Egli avrebbe operato avrebbe riguardato tutte le nazioni.
  3. In seguito fu reso noto che il Liberatore sarebbe stato della tribù di Giuda.

La Terza Amministrazione

La terza amministrazione di questo patto fu da Mosè a Cristo. Tutto ciò che apparteneva ai precedenti periodi fu confermato e incluso in questo. Fu prescritto un gran numero di nuove ordinanze per il governo, il culto e la religione. Fu introdotto un sacerdozio e un complicato sistema di sacrifici. Le promesse furono rese più precise, mostrando più chiaramente attraverso le istruzioni dei profeti la persona e l’opera del futuro Redentore come profeta, sacerdote e re del suo popolo. La natura della redenzione che Egli avrebbe compiuto e la natura del regno che avrebbe stabilito furono così rivelate sempre più chiaramente. Noi abbiamo l’autorità diretta del Nuovo Testamento per credere che il patto di grazia, o piano di salvezza, si trova alla base di tutte le istituzioni del periodo mosaico, e che il loro intento principale era di insegnare attraverso tipi e simboli ciò che è ora insegnato in termini espliciti nel vangelo. Mosè, ci viene detto (Eb. 3:5), fu fedele come servo, per testimoniare delle cose che dovevano essere dette.

Oltre a questo carattere evangelico che indubbiamente appartiene al patto mosaico, esso è presentato anche in due altri aspetti nella Parola di Dio. Primo, esso fu un patto nazionale con il popolo Ebraico. In quest’ottica le parti erano Dio e la gente d’Israele; la promessa era la sicurezza e la prosperità della nazione; la condizione era l’obbedienza del popolo come una nazione alla legge mosaica; e il mediatore era Mosè. In questo aspetto esso era un patto legale. Viene detto, “Fate questo e vivrete.” Secondariamente, esso conteneva, come pure il Nuovo Testamento, una rinnovata proclamazione dell’originale patto d’opere. È vero oggi come ai giorno di Adamo, lo è sempre stato e deve sempre esserlo, che le creature razionali che obbediscono perfettamente alla legge di Dio sono benedette nel godere del Suo favore; e che quelli che commettono peccato sono soggetti alla Sua ira e maledizione. Nostro Signore rassicurò il giovane che venne da Lui in cerca di insegnamenti che se avesse osservato i comandamenti sarebbe vissuto. E Paolo dice (Ro. 2:6) che Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere; tribolazione e angoscia sopra ogni anima d’uomo che compie il male; ma gloria, onore, e pace ad ogni uomo che opera il bene. Questo viene dalla relazione delle creature intelligenti con Dio. È infatti null’altro che una dichiarazione dell’eterno e immutabile principio di giustizia. Se un uomo respinge o ignora il vangelo, questi sono i principi, come Paolo insegna nei capitoli iniziali della sua Epistola ai Romani, secondo i quali egli sarà giudicato. Se non sarà sotto la grazia, se non accederà al metodo di salvezza per grazia, egli è necessariamente sotto la legge.

Questi differenti aspetti sotto cui viene presentata l’economia Mosaica spiegano il modo apparentemente incoerente con cui se ne parla nel Nuovo Testamento.

  1. Quando è vista in relazione al popolo di Dio prima dell’avvento, è rappresentata come divina e obbligatoria.
  2. Quando è vista in relazione allo stato della Chiesa dopo l’avvento, viene dichiarata obsoleta. È rappresentato come il guscio senza vita da cui sono state estratti il nocciolo e il germoglio vivo, un corpo dal quale si è dipartita l’anima.
  3. Quando è vista secondo il suo vero valore e intento come un’economia preparatoria del patto di grazia, si dice che insegna il medesimo vangelo e lo stesso metodo di salvezza predicato dagli Apostoli stessi.
  4. Quando è vista come un semplice sistema legale, nella luce in cui era considerata da coloro che rifiutavano il vangelo, è descritta come un’amministrazione di morte e condanna (II Co. 3:6-18).
  5. E quando è contrapposta con l’economia nuova, o Cristiana, come un modo differente di rivelare lo stesso patto, viene descritta come uno stato di tutela e servitù, molto differente dalla libertà e spirito filiale dell’economia in cui noi ora viviamo.

L’amministrazione del Vangelo

L’amministrazione del vangelo è chiamata nuova in riferimento all’economia Mosaica, che  era vecchia, e prossima a scomparire. È distinta dalla vecchia economia:

  1. Nell’essere cattolica, non confinata ad un solo popolo, ma intesa e adattata a tutte le nazioni e a tutte le classi di uomini.
  2. È più spirituale, non solo perché i tipi e le cerimonie del Vecchio Testamento sono superati, ma anche perché la rivelazione stessa è più interiore e spirituale. Quello che allora era reso noto oggettivamente, adesso, con maggiore estensione, è scritto nel cuore. (Eb. 8:8-11). In confronto, è più chiara ed esplicita nei suoi insegnamenti.
  3. È più puramente evangelica. Anche il Nuovo Testamento, come abbiamo visto, contiene un elemento legale e rivela la legge ancora come un patto d’opere vincolante per quelli che rifiutano il vangelo; ma nel Nuovo Testamento il vangelo è grandemente predominante sulla legge, mentre, sotto il Vecchio Testamento, la legge predomina sul vangelo.
  4. L’economia Cristiana è in modo speciale l’economia dello Spirito. La grande benedizione promessa nei tempi antichi, successiva alla venuta di Cristo, è stata l’effusione dello Spirito sopra ogni carne, i.e., su tutte le nazioni e classi di uomini. Questa è stata una caratteristica così distintiva del periodo Messianico che l’evangelista dice, “Lo Spirito Santo infatti non era ancora stato dato, perché Gesù non era stato ancora glorificato.” (Gv. 7:39). Nostro Signore promise che dopo la sua morte e ascensione Egli avrebbe mandato il Consolatore, lo Spirito di verità, per restare con il suo popolo, per guidarli nella conoscenza della verità, e per convincere il mondo di peccato, di giustizia, e del giudizio futuro. Ordinò agli apostoli di restare a Gerusalemme finché avessero ricevuto questa potenza dall’alto. E nella sua spiegazione degli eventi del giorno di Pentecoste, l’Apostolo Pietro disse, “Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato; e di questo noi tutti siamo testimoni. Egli dunque, essendo stato innalzato alla destra di Dio e avendo ricevuto dal Padre la promessa dello Spirito Santo, ha sparso quello che ora voi vedete e udite.” (Atti 2:32, 33)
  5. La vecchia economia era provvisoria e preparatoria; la nuova è permanente e finale. Nell’inviare i suoi discepoli a predicare il vangelo, e nel promettere loro il dono dello Spirito, Egli li rassicurò che sarebbe stato con loro in quell’opera fino alla fine del mondo. Questa amministrazione, quindi, è l’ultima prima della restaurazione di tutte le cose; l’ultima, cioè, concepita per la conversione degli uomini e per raccogliere gli eletti. Dopo viene la fine; la resurrezione e il giudizio finale. Nell’Antico Testamento sono frequenti gli annunci di un’altra e migliore economia, per la quale le istituzioni Mosaiche erano semplicemente preparatorie. Ma non abbiamo nella Scrittura alcun annuncio che l’amministrazione dello Spirito dovrà essere superata in favore di una nuova e migliore amministrazione per la conversione delle nazioni. Quando sarà completamente annunciato il vangelo, allora verrà la fine.

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Charles Hodge (27 Dicembre 1797 – 19 Giugno 1878) fu un teologo Presbiteriano e preside del Princeton Theological Seminary fra il 1851 e il 1878.

Tratto da Charles Hodge, Teologia Sistematica, Volume II, Parte III, Capitolo II, New York, London and Edinburgh, 1872-1873

Immagine di copertina: George Harvey, The Covenanters’ Communion, 1840

Traduzione di Andrea Suraci, 2009

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